Non avevo più pensato a te in questi anni, fino ad oggi quando, in mezzo al vociare del mercato del sabato, ti ho rivista. Te ne stai tutta affaccendata dietro a un bancone del pesce: urli, sbatti, evisceri, raschi senza posa, neppure per un istante smetti di passarti le mani lerce su e giù per il grembiule. Ti ricordavo diversa, più leggera, con una grazia tua particolare. Alzo lo sguardo al Cielo:
È questo che avevi in mente o hai sbagliato i tuoi calcoli?
La prima volta che ti ho incontrata avrai avuto dieci o undici anni. Tua madre ti tirava malamente verso il centro della sala prove. Opponevi resistenza invano a quel desiderio di esibirti quasi fossi un barboncino addomesticato ad una fiera canina. Per tutto il tempo rimanesti in silenzio, parlava solo tua madre, insisteva con il mio maestro di musica che ti impartisse lezioni di solfeggio. Non conosce la musica ma suona molto bene a orecchio, insisteva. Il flauto traverso, il mio stesso strumento.
Forse sarebbe meglio l’ottavino! provò ad argomentare il maestro Abis che era un uomo buono e proprio non gli riusciva di dare una delusione a qualcuno. L’ottavino, che idea! Presi a studiarti: le tue mani, erano così grassottelle che da sole avrebbero costituito un impaccio insormontabile per quello strumento così minuto. Ammirai compiaciuto le mie che invece erano affusolate e gentili e nonostante questo mi toccava patire le pene dell’Inferno per stare al passo con le partiture. Erano due anni che provavo l’assolo dell’overture del Guglielmo Tell e ancora quel maledetto intrico di semibiscrome non voleva saperne di venire come si deve.
Il maestro alla fine decise di darti una possibilità. E così iniziammo a suonare insieme, io da flauto primo e tu da secondo, alternandolo all’ottavino. Capitava spesso che alla fine delle prove riuscivo a strapparti qualche parola – il tuo mutismo notai si attenuava se non c’era tua madre – addirittura ti strappavo un sorriso, mentre ti dicevo brava! con un poco di paterna accondiscendenza. Fu il giorno che arrivai in ritardo alle prove generali per il concerto di Natale che tutto cambiò.
La banda è nel bel mezzo di un’esecuzione e così mi siedo in un angolo ad aspettare la prima interruzione per unirmi al gruppo. Seduta tutta composta accanto alla mia seggiola vuota mi guardi, come a supplicarmi di prendere il mio posto e suonare per coprire i tuoi inciampi. È la famigerata Overture del Guglielmo Tell.
Non preoccuparti arriva dove puoi e poi fermati, capiranno… sussurro.
Abis tutto infervorato dalla musica pare indifferente al fatto che ti sta trascinando diritta diritta nel baratro. Povera bambina!
Ci siamo, tocca a te, è ora del diabolico assolo. Chiudo gli occhi, preferisco non vedere le espressioni di scherno degli altri musicisti, non li meriti. Risuona la prima sestina (reee-fa-la-si-la-fa), poi la seconda, una sequenza di sei re tutti staccati – è questo il difficile, colpetti velocissimi con la lingua, senza poter prendere fiato. Fin qui te la sei cavata, sei coraggiosa, molti al tuo posto avrebbero mollato. Ma è inutile farsi illusioni, l’impossibile arriva tra due sole battute, quella maledetta scala discendente col primo Mi con quattro tagli in gola che non si prende mai tanto è alto. Per una frazione di secondo bisogna serrare le labbra ed esercitare una pressione fortissima… e poi mollare per scendere di ottava fino alle profondità degli abissi. Il più delle volte ne esce un suono sgraziato che somiglia più ad una pernacchia che a una nota.
E invece… scivoli giù con la scala infilando una dietro all’altra note brillanti e chiare come acqua di sorgente, il ritmo è incalzante e le tue dita volano leggere sui tasti dell’ottavino.
Conclusa l’ultima battuta tutti all’unisono scoppiano in un applauso. Persino il maestro Abis dal podio abbandona la sua naturale ritrosia: Magnifico, Simona! Non posso credere alle mie orecchie, come hai fatto? Qualcosa non torna, hai giocato sporco, oppure… certo! quella fattucchiera di tua madre ha ordito qualche sotterfugio.
Questo è talento, sentenzia Abis che deve aver letto l’incredulità negli occhi di tutti noi. A quel punto scappo, non sopporterei la sua tiritera sul talento che va coltivato con l’esercizio quotidiano. La conosco a memoria e… è una balla! Se così fosse, ciò che è accaduto non sarebbe possibile. Per quanto io rinunci a una vita normale per provare e riprovare, la stramaledetta overture non mi verrà mai così. La verità, caro Abis, è che lassù ci deve essere qualcuno che ha molto a cuore le sorti di questa bambinetta. E deve essere molto potente e determinato se, nonostante abbia a che fare con una scialba mocciosa con le dita grassottelle la vuole far primeggiare a tutti i costi! Cosa possa farci io se non arrendermi?
Finì quella sera la mia vita da musicista in erba: non andai più alle prove della banda – troppo studio ora che inizio il liceo spiegai ad Abis con le lacrime agli occhi – riposi il flauto nel suo astuccio, seppellendolo gli spartiti in fondo a un cassetto.
Che prende? Mi sono troppo accostato al banco del pesce ed è il mio turno.
Branzino per otto persone, improvviso. Tu non mi riconosci – come potresti? – a differenza tua sono molto cambiato. A quell’ordine ti si illuminano gli occhi, in me vedi solo un ingenuo e pingue pollo da spellare. Così la mia mente s’accende d’improvvisa creatività: fate consegne a domicilio?
Però dovrebbe consegnare lei in persona, mia moglie è da sola a casa e con uno dei suoi ragazzi si spaventerebbe.
Lì per lì mi guardi un po’ perplessa, poi forse ponderi che ho acquistato oltre cento euro di pesce e acconsenti.
A casa mi prende una tale smania che mi rovino le mani nell’attesa.
Finalmente suoni al cancello. Eloise con la sua uniforme d’antan e la crestina tutta inamidata aziona l’apertura del cancello. Attacca il violoncello primo, acciaccatura, tiene lungo il do sopra il rigo mentre violoncello secondo, terzo, quarto e quinto introducono il malinconico andante. Passi trascinati scricchiolano sulla ghiaia del giardino. Eloise ti apre la porta di servizio. Ti soffermi nel disimpegno un poco intimorita – crescendo ma sempre andante.
Squillo di trombe, tromboni, corni: galoppando lungo lo scalone, mi precipito dabbasso.
Imbocchi il corridoio sempre più atterrita dal candore e dalla solennità dei corridoi. Nella tua vita una casa così non devi averla mai vista! D’un tratto, senza alcun preavviso tacciono tutti gli strumenti. Siamo rimasti soli, cara la mia Simona, anche il clarinetto ci ha abbandonato: accendo lo stereo alla massima potenza. Le note dell’assolo del Guglielmo Tell rimbombano dagli alti soffitti fino a raggiungerti e schiacciarti.
Con un ghigno urlo: andate all’inferno tu e il tuo amato Rossini!
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Nota: ho letto una versione iniziale di questo racconto agli incontri del collettivo di scrittura Galab! qualche anno fa ormai. Rimasto sul desktop del PC, ho recuperato e fatte mie molte delle osservazioni e dei suggerimento che mi hanno fornito i partecipanti, che ringrazio.
