Il carrello dell’aereo stride sulla pista scura, incerto. O sono io con il mio senso di sconfitta. L’annuncio in cabina mi riallinea alle ventitré di sabato, facendo evaporare in un secondo otto ore di vita. L’aeroporto è deserto. L’agente del controllo passaporti dà un’occhiata svogliata ai documenti. Ricambio con altrettanta svogliatezza pensando a quando potrò farmi una doccia bollente e mettermi sotto le coperte. «Il suo passaporto!»

«Il passaporto cosa?» sbuffo.

«Il suo passaporto scade domani.»

Mi trascinano in un ufficio con neon accecanti. Poliziotti e funzionari mi tempestano di domande. Da dove vengo, cosa ho fatto negli ultimi anni, qualcuno mi è venuto a prendere, ho un lavoro in Italia…? Rispondo con fastidio crescente. Alla fine mi liberano con in mano un foglio che mi intima di rinnovare immediatamente il passaporto. Domani stesso in Questura. Pena l’espulsione. Il mio progetto di letargo urbano dovrà aspettare.

***

«Mi scusi. Tutto bene? Ehi! Dico a lei…» lo sconosciuto deve avercela con me…

«Sì sì» farfuglio con quel tanto di convinzione sufficiente a tranquillizzarlo e togliermelo dai piedi. Ma non va affatto bene. Va da schifo! Faccio mente locale. Me ne sto fermo da un po’ dopo essere uscito dalla Questura. Ricapitolando, cosa mi ha detto quella donna in divisa? Quella donna tozza e sgradevole doveva avermelo ripetuto più volte. E ci manca pure, ha dell’incredibile, al limite dell’assurdo! Ha blaterato qualcosa del tipo che per rinnovare il passaporto scaduto serve un documento di identità in corso di validità. Non l’ho più, scaduto o smarrito pure quello. Quindi che fare? In assenza di documento di identità in corso di validità e in assenza di attestato di nascita –  eppure lo avevo ripetuto decine di volte alla megera che era andato distrutto insieme al comune e alla parrocchia nel terremoto del Novantasette – per ottenere il rinnovo del passaporto, ovvero ottenere una carta d’identità deve presentarsi con dei testimoni che attestino che lei è il signor Vitale Massimo. Nonostante il fastidio che mi procura l’abitudine di anteporre il cognome al nome, non è colpa di questo particolare odiosissimo se mi trovo in stato confusionale. Quella che per altri sarebbe una semplice rogna, una di quelle cose inaspettate che riesci a risolvere con un po’ di pazienza, nel mio caso assume i contorni di una vera e propria sciagura!

Chi diavolo vado a cercare? Non vedo nessuno da almeno quindici anni! Quindici lunghissimi anni di “esilio” volontario all’estero (l’ho spiegato alla poliziotta tarchiata) per ragioni sentimentali (a quel punto l’Erinni ha storto un po’ la bocca, sentimentale non deve rientrare nel suo vocabolario professionale o privato). Quindici anni sono un tempo lunghissimo in termini di relazioni sociali: se non esci ogni tanto con gli amici, non telefoni per la nascita dell’ennesimo figlio o per gli auguri di buon compleanno, per la cresima della nipote, l’anniversario di nozze… ti danno per morto.

È quasi ora di pranzo, butto le valige nella stanza in affitto al residence Aurora. Straccio un foglio dalla risma ingiallita in dotazione e mi metto alla scrivania. L’unico modo per provare a uscire da quest’infermo è buttare giù una lista di nomi. Perdo la concentrazione ogni volta che si riaffaccia il pensiero dell’assurdità di questa vicenda. Dover far attestare da altri la mia identità la mia stessa esistenza! In-con-ce-pi-bi-le. Non mi vedono? Non mi ha visto la poliziotta? E il tipo alla portineria della Questura che mi ha fatto accomodare in sala d’aspetto? Non mi ha forse salutato? Il tabaccaio che mi ha venduto il salvifico pacchetto di Malboro Rosse, il receptionist dell’Aurora che ha pensato bene di farsi pagare in anticipo? Per le “Autorità” la realtà non è sufficiente. Esserci in carne e ossa non conta nulla. Serve un pezzo di carta, un maledettissimo foglio che una qualche Direzione o Sotto Direzione Generale deve verificare, vidimare e protocollare allo scopo di ingrassare pile su pile di cartacce. E di rovinare la vita ai poveracci come me.

L’orologio digitale segna le quindici e ventisette quando finalmente ho tre nomi! Tre meravigliosi nomi. Il primo della lista è Mario. Lo ricordo come un pezzo di pane con un rassicurante ciuffo fonato di sbieco. Lo chiamo.

L’inizio è promettente: Mario è cordiale, si ricorda della gita che abbiamo fatto al Lago Maggiore. Si mette a chiacchierare apertamente, raccontandomi che si è sposato, che ha due figli è felice … Certo che può testimoniare. Ottimo! gli rispondo in preda all’entusiasmo. Troppo presto.

«Ah, devo venire giù a Milano… non avevo capito. Proprio domani, caspita! È che domani ho un impegno con mio figlio – quello più piccolo – gli ho promesso di portarlo a Gardaland…»

A Gardaland?

«Magari si può fare un altro giorno, quando passo da quelle parti ti do uno squillo mi sembra una buona idea.»

Provo a spiegargli che…

«Senti – se ne esce il genio – non è che possiamo fare al telefono, mi dai il numero della Questura, li chiamo…»

«No, non si può fare al telefono» sbuffo sconsolato.

Silenzio.

Riaggancio.

Una stramaledetta perdita di tempo ecco cosa diavolo mi è costata l’idea di chiamare Mario. Il successivo della lista – Luca Morandi – decido che è meglio andarlo a stanare di persona. Al telefono c’è troppa freddezza, una distanza siderale e io ho disperato bisogno di un qualche genere di resuscitata familiarità. Mi precipito per le scale come una furia e mi fiondo sul tram.

Con Luca va addirittura peggio: sta ritto sulla porta pronto a sbattermela in faccia senza preavviso. Mi tratta da sconosciuto, mi tiene a distanza neanche fossi un Testimone di Geova o peggio un postulante qualunque. Sostiene che il suo amico al liceo era riccio e più alto! «E mentre per i ricci posso capire che il tempo… per la statura…» mi liquida compiaciuto per l’osservazione che deve sembrargli davvero arguta.

Passeggio lungo via Torino, lasciandomi trascinare dalla folla. Non oppongo alcuna resistenza alle spallate e agli spintoni. Mi manca ogni volontà. Della lista, mi rimane soltanto lei. La persona alla quale non avrei mai voluto chiedere una mano: Marina. Mi troverò costretto ad aggrapparmi disperatamente a quella donna pur di non precipitare per sempre nell’oblio pubblico. Oppure sarà proprio Marina a darmi la spinta finale.

(Fine prima parte. la seconda verrà la prossima settimana)

 

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