Bussarono. Ebbe un tuffo al cuore, non aspettava nessuno. Si era rifugiato in camera serrando le imposte, dallo stereo suonava a volume alto un jazz rilassante. Eppure aveva sentito quel bussare, forte, insistente. Si avvicinò alla porta d’ingresso con passo incerto.

«Chi è?» belò.

«Sono io, apri immediatamente.»

Laura, certo, chi altri poteva presentarsi così senza sentire il bisogno di mandare prima un messaggio o fare uno squillo.

Aprì.

«Sei rintanato a casa da giorni. Questa cosa ti è sfuggita di controllo.»

«Buongiorno, Laura. Mi fa piacere che tu sia passata a trovarmi.»

«Non fare l’evasivo. Adesso ti butti addosso un cappotto e usciamo a fare due passi.»

Sbiancò: «il meteo dice che verrà giù un diluvio.»

Laura allungo il collo verso la sala: la tivù era sintonizzata sul canale meteo, densi sistemi nuvolosi si avviluppavano sullo schermo e le breaking news scorrevano senza interruzione.

«Non devi dar retta alle previsioni, dicono un sacco di sciocchezze. Ieri ad esempio doveva piovere e invece è stata una giornata meravigliosa. Ma come puoi saperlo, non sei uscito, ovviamente!»

Scosse la testa.

«Capisci che non puoi andare avanti così? Se non riesci a uscire solo perché potrebbe fare qualche goccia, non vivi. Siamo in autunno!»

«In realtà oggi danno probabilità di fenomeni intensi al settanta per cento. Hai visto che è successo in Sardegna nel weekend, c’è stato anche un morto per le forti piogge.»

«Se è per questo, ieri c’è stato un morto investito a pochi isolati da qui. Quindi?»

«Non capisci…» replicò sconsolato.

«Non capisco cosa, che la vita è piena di pericoli? Che il Fato può tirarci un brutto scherzo e possiamo morire così su due piedi?» Laura era un fiume in piena: «ci pensi mai che è più probabile che ti venga un ictus mentre te ne stai comodamente seduto sul divano, che ti fulmini un lampo, persino se te la cerchi e mentre infuria un temporale ti metti sotto un albero! Ho perso mio padre per un infarto due mesi fa dannazione!»

«Scusa, non…» non gli venne di terminare, è che neppure era riuscito ad andare al funerale per colpa di Lucy, quel maledetto ciclone mediterraneo.

«Sono settimane che non ti fai vivo in ufficio.»

«Sono in smart working

«Smart per chi? Non per te visto che ti sei fatto soffiare da sotto il naso il principale cliente da Romani che in ufficio invece ci viene tutti i giorni.»

Si accigliò.

«Comunque sono stufa, ti accompagno a fare la spesa.»

«Me la faccio portare a casa ho il frigo pieno.»

«Allora la lettiera, un set di lampadine di riserva tante volte saltasse in aria tutto per il temporale, una stecca di sigarette arrivasse l’Apocalisse, qualunque stramaledetta cosa ti faccia uscire da questo buco.» Indemoniata, Laura si lanciò verso l’armadio, spalancò le ante e afferrò il primo giaccone che gli capitò tra le mani. «Mettilo! Gli ordinò.»

Esitò qualche istante poi notando che Laura fumava di rabbia, obbedì. In simili circostanze era inutile opporsi all’amica, quella volta che l’aveva fatto si era beccato un sonoro ceffone e lei si era chiusa in un mutismo che era durato settimane. Diceva che era il suo modo di volergli bene.

Appena mise piede sul marciapiede, istintivamente alzò gli occhi al cielo, nuvole scure correvano veloci sopra la loro testa. Fece un passo indietro verso il portone, ma Laura che non gli staccava gli occhi di dosso lo afferrò per il bavero e lo trascinò di forza dall’altra parte del marciapiede.

Passeggiarono nei dintorni, o almeno passeggiò Laura perché lui piuttosto marciò per accorciare il più possibile quel supplizio. Sperava di aver pagato il tributo all’insistenza di Laura e che finalmente sarebbe potuto rientrare a casa, quando lei decise di sedersi in un bar per un caffè.

«Che fine ha fatto Simona? È un po’ che non me ne parli», riprese a incalzarlo.

«È partita per un viaggio.»

«Vi siete lasciati?»

«No.»

«Guarda a me Simona mi sta pure antipatica, fa troppo la ragazzina, anche se ha, quanto… quarantotto anni?»

«Quarantaquattro.»

«Fa lo stesso, il punto è che non mi piace, ma a te fa bene. Ti tiene ancorato alla realtà, evita che la tua mente vaghi troppo dietro fobie senza senso. Che si chiami, Simona, Luisa o Giovanna non me ne frega niente basta che ci sia qualcuno che ti faccia stare bene, io non posso badare a te tutto il tempo, ho un sacco di problemi da gestire.»

«Sarei un problema, quindi?»

Laura non lo ascoltava, sembrava solo interessata a metterlo alle corde e a godersi la sua cioccolata con panna: «Perché non sei andato con lei?»

«Mi sembrava uno stupido azzardo, alle Azzorre in questa stagione…»

«Che hanno le Azzorre?» replicò sbuffando.

«Si trovano nel bel mezzo dell’Atlantico, la maggior parte delle perturbazioni autunnali… bah lascia stare non voglio offrirti altri motivi per infierire, non ci casco.»

«Senti… – il tono di Laura si addolcì – mi devi fare una promessa. Non pretendo che tu riesca a cambiare tutto d’un colpo e diventare una persona normale…»

Storse il naso.

«Hai capito che intendo, una persona che non ha difficoltà a svolgere le normali attività quotidiane senza avere attacchi di panico. Devi fare qualche passo avanti, prova a lasciarti piano piano alle spalle questa metereopatia.»

«Brontofobia, paura dei tuoni, sarebbe più corretto. È che…»

Il cielo venne squarciato da un tuono. Rimase impietrito con la bocca semiaperta, gli veniva da chiedere aiuto ma non riuscì. Intorno si fece tutto sfocato: non c’era più Laura dall’altro lato del tavolino, ma la madre nella cucina del casale che gli stringeva la mano intorno a un campanello, e glielo faceva scuotere forte.

Gesù Nazareno liberateci dal baleno, Santa Barbara benedetta liberateci dal tuono e dalla saetta, Gesù in campo…

Qualcuno prese a scuoterlo, chiamandolo: Sergio, Sergio…

Poi fu solo il buio.

— FINE —

 

La foto per questo racconto mi è stata cortesemente offerta dall’amica fotografa Roberta Tartaro

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