Cammino tra sale dagli alti soffitti inondati di luce naturale della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Da ogni angolo mi travolge un qualche capolavoro. E così smarrito mi ritrovo nella stanza che ospita il gruppo scultoreo del Canova, Ercole e Lica. La meraviglia monumentale di marmo bianchissimo dialoga con una serie di opere d’arte contemporanea: il Mare di Pascali, l’enorme tela di Penone, Spoglia d’oro su spine di acacia, un International Blue Klein.

E poi in una porzione di parete proprio accanto all’uscita trovo un’istallazione di Dan Flavin. Per chi non lo conosce si tratta di un importante esponente del minimalismo noto per le sue istallazioni realizzate con lampade fluorescenti.

Ebbene la sua unica opera esposta in questo museo, Monument for V. Tatlin, è spenta.

Lì per lì penso – spero – che forse da qualche parte possa esserci un interruttore, dopotutto poche sale prima mi sono fotografato davanti a I Visitatori di Pistoletto, un grande specchio con due figure giustapposte il cui intento è appunto quello di far interagire il visitatore con l’opera d’arte.

L’opera di Dan Flavin esposta a Roma (accesa come dovrebbe essere)

Mi metto alla ricerca. Per quanto mi dia da fare non trovo alcun on/off. Mi adombro.

Con la coda dell’occhio individuo un custode che se ne sta sulla sua seggiolina a compulsare sul cellulare.

«Mi scusi, come mai il Flavin è spento?»

«È rotto!»

Storco il naso.

«Sono due anni che sta spento…» confessa infine con una franchezza facilona che tenta di smorzare il mio evidente disappunto.

«Non si può ripristinare?», insisto io invece.

«Non è facile trovare i ricambi, sono neon vecchi e non li fanno più.»

In effetti la questione non mi è nuova, me l’hanno confermato anche a Villa Panza a Varese dove ci sono decine di istallazioni “site specific” proprio del bistrattato Flavin. Le lampade utilizzate dall’autore consistono in ordinari neon industriali, molto comuni in passato. Oggi sono uscite di produzione, come è destino di ogni prodotto in serie. Non nego quindi che recuperare pezzi di ricambio per un Flavin sia difficile, ma non deve essere impossibile visto che proprio a Villa Panza le installazioni sono tutte perfettamente funzionanti.

Al custode non lo dico, non è certo una sua responsabilità. Eppure non smetto di interrogarmi sulla ragione per cui quell’opera sia esposta con così poco rispetto. Non trovo altra risposta se non che dipenda da un’insipiente sciatteria.

Un Flavin spento è come un Caravaggio coperto da un velo. Spento semplicemente non è. E se persino a Roma si oscura l’arte che cosa ci rimane?

***

P.S: A proposito di sciatteria,  sul sito della Galleria provate a consultare il documento: Time Is Out of Joint – Après coup nota sulla Sala dell’Ercole a partire da alcune fotografie di Saretto Cincinelli. Scoprirete che proprio nella prima pagina il gruppo scultoreo del Canova di cui vi ho detto all’inizio (Ercole e Lica) è indicato come Ettore e Licia. Controllare qui per credere

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