Diffidènza s.f. [dal latino diffidentia] – è la mancanza di fiducia verso gli altri che nasce dalla paura di essere ingannati.

La diffidenza rischia di diventare la cifra delle nostre relazioni sociali: temiamo che lo sconosciuto che incrociamo per caso, quel vicino di casa il cui viso ci è familiare o addirittura l’amico (un tempo fidato!) ci nasconda il terribile segreto, ciò che ci toglie il sonno da un anno a questa parte, che custodisca dentro di sé il maledetto virus venuto da lontano.

Ci sono amici che non vedo più da mesi, se ne stanno asserragliati in casa nonostante le festività, i permessi e i divieti, i cambi di colore delle Regioni che hanno sostituito il variare delle stagioni; per ammazzare il tempo spesso ci sorvegliano: vedono pericoli dappertutto e, quando con rabbia, quando con insensato paternalismo, non perdono occasione per censurare ogni innocente strappo alla regola che ci vorrebbe tutti in perenne segregazione. In luogo di improperi, compulsano sugli smartphone indirizzandoti i bollettini giornalieri dei contagiati e dei morti. Insensibili certo, ma anche indifferenti al computo delle vite che non stiamo vivendo.

Le poche volte che da dietro le persiane accostate si affacciano per rispondere a un saluto, a malapena mettono la testa fuori dalla tana. Stento a riconoscerli, nascosti dietro alle mascherine che lasciano fare capolino solo ad un paio d’occhi impauriti. Sono cambiati anche i loro visi, la stanchezza, la paura, lo scoramento, hanno modificato in qualche modo i loro tratti somatici.

Da qualunque parte sia arrivata tale rabbiosa diffidenza, il suo seme ha trovato terreno fertile nel nostro midollo, rendendoci irriconoscibile perfino a noi stessi.

ed ora
l’ombra straniera è già di te più forte,
più te. Sei tu, checché gemmasti allora,
ch’ora distilli il glutine di morte (1).

Quando se ne sarà andata la paura di contagiarsi (a proposito un tempo di contagioso c’era una risata, il buon umore…!) avremo voglia di incontrarci di nuovo? Oppure saremo diventanti dei diffidenti cronici, abituati a starcene per conto nostro, raggomitolati nelle nostre case da soli, imbambolati davanti al PC o alla Tivù? Impossibile non pensare a quella strofa imparata a memoria a scuola

Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade,
ho tanta stanchezza sulle spalle,
lasciatemi qui come una cosa posata in un angolo e dimenticata

Più del coronavirus è il virus della diffidenza che mi fa paura. Per questo all’orizzonte non intravedo alcun vaccino.

***

(1) Giovanni Pascoli, Primi Poemetti, Il Vischio
(2) Giuseppe Ungaretti, Porto Sepolto, Natale

N.d.a: questo mio contributo fa parte del progetto Oltrepassare, rubrica di SoloTablet che si propone di favorire e diffondere l’uso del pensiero critico per rileggere la nostra realtà in tutti i suoi ambiti e dettagli più effimeri attraverso delle parole guida su cui riflettere e da interpretare in maniera libera.

Immagine di copertina: “Volo” di Antonio Paradiso, presso il Parco Scultura La Palomba di Matera

 

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