Mi svegliano rumori dalla strada. Non quelli del via vai delle auto e degli autobus, neppure quelli del parlottare insistente davanti al bar all’angolo. No, sono rumori metallici. Di macchine e di lavoro. Lancio uno sguardo dalla finestra: appunto, lavori stradali. Di nuovo.

Sogno o son desto? Da piccolo mi piaceva tanto questa espressione, mi ostino a usarla seppure abbia perso la primigenia potenza immaginifica e si sia caricata di una resiliente incredulità alla mancanza di buon senso d’oggi. E sì, perché proprio in quel punto esatto della strada è già la terza volta quest’anno che scavano: la prima volta dev’essere stata la posa dell’ennesima rete in fibra ottica, la seconda gli allacci del gas. Controllo l’area di cantiere. Grossi tubi arancioni campeggiano in bella vista in attesa di un rigenerante ricovero sotterraneo. Saranno le fognature. A nessuno sembra essere venuto in mente di fare tutti e tre i lavori insieme.

In strada il cantiere si allarga: le recinzioni arancioni ingoiano un’intera carreggiata, gli autobus cambiano percorso, il senso di marcia viene invertito.  Code di auto fanno gincana tra quelle parcheggiate nonostante mille cartelli intimino il divieto di sosta, pena la rimozione forzata. Si ferma una volante dei vigili urbani. Arrivano i nostri! Attendo pieno di speranza. E invece… entrano al bar a fare colazione. Poi si attardano qualche minuto al cellulare, danno un’occhiata distratta, e se ne vanno.

Iniziano giorni di inferno e disagi. E per di più pioviggina senza sosta. La rassegnazione prende il sopravvento sul fastidio e sulla voglia di scendere e dirgliene quattro al Comune, alla Società Metropolitana, alla selva dell’Anonima Uffici dei Cialtroni e degli Indifferenti. Addirittura agli operai, che più li osservo e più sembra che consumino il tempo a bivaccare.

Un pensiero terribile e spaventoso inizia a martellarmi in testa: nel cantiere fa bella mostra di sé un cartello che informa la cittadinanza della durata dei lavori: sette-cento-trenta giorni!

Giorno quattro. Incredibile, il cantiere è già in smantellamento. Il buco è ricoperto di terra e una fresatrice ha steso l’asfalto. Santa efficienza meneghina! Ho il cuore che trabocca di felicità. Dopotutto ci vuole così poco a farci felici: se ne vanno la scavatrice, vengono rimosse le barriere, districato il labirinto di cartelli e materiali di risulta. Quando tutto è più chiaro, si disvela la cruda realtà: un buco chiuso alla carlona, con una macchia di asfalto grande poco più di una chiazza di benzina. Tenta di comporsi ai rammendi bituminosi precedenti, ma l’opera di mimetizzazione non gli riesce affatto a causa di colore, forma e consistenza differenti. Il risultato finale è un patchwork. Un orrendo rabbercio. Come se non bastasse, il marciapiede viene lasciato nudo, in terra battuta.

Dal palazzo di fronte si affaccia una bambina ben vestita coi genitori, fortunati proprietari di un appartamento che devono aver pagato sette-ottomila euro al metro quadrato. La piccola procede incauta sulla porzione del marciapiede non sistemata.  Scoppia a piangere. Si è sporcata di terra e fango le eleganti scarpe nuove. La mamma cerca di rincuorarla ma si vede che è arrabbiata alche lei.

Sfreccia un autobus e l’appartamento vibra come sconquassato da una scossa di terremoto. Tremano i vetri, trema il parquet, si increspa il caffè nella tazza. Che è stato? Un’altra scossa, proprio in concomitanza con il passaggio della cinquantasette. Il rattoppo non solo è brutto ma anche mal fatto. Il terreno ha ceduto sotto il peso dei mezzi che ora transitano facendo sobbalzare le sospensioni. Prima o poi qualcuno si farà male, non sarebbe la prima volta.

Accendo la tivù nella speranza che suoni più gradevoli distolgano l’attenzione dal sisma metropolitano. “In questo Paese non si fa più politica industriale”. “Si pensa all’oggi e non alle future generazioni”. “Ilva, Alitalia, Whirlpool non c’è un piano, solo una continua emergenza, un metter toppe su toppe per tirare avanti per qualche tempo…”, gracidano politici imberbi dallo schermo.

 

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