Le sentiva borbottare da dietro alla reception. Confabulavano fastidiosamente e non riusciva a concentrarsi. Fece capolino sopra allo schermo di modo che lo vedessero e lanciò loro un’occhiataccia. Non sortì alcun effetto. Si alzò rumorosamente dalla postazione, avvicinandosi minaccioso. Non gli lasciarono il tempo di protestare.

«Simone! Diana ci ricordava che quest’anno è bisesto!»

«E quindi?»

Capirono il suo stupore. Riprese Sara, la receptionist che ormai ignorava senza ritegno il telefono che  squillava: «Ti dice niente anno bisesto, anno funesto? Lo sai che negli ultimi anni bisestili ci sono stati il terremoto del Belice, quello in Friuli e lo tsunami in Indonesia? L’ho trovato su Internet.»  Non lo sapeva. Non riuscì a nascondere il proprio disinteresse.

«E adesso questa cosa dell’influenza…» sentenziò solenne Diana, ormai entrata nei panni di una moderna Cassandra.

Simone alzò le spalle: «superstizioni». E avrebbe voluto aggiungere un inequivocabile tornate a lavorare, ma decise che era meglio tenerlo per sé. Se c’era una cosa che aveva imparato in ormai trent’anni di lavoro era che fosse meglio non inimicarsi nessuno. Tanto meno quelle della segreteria, che ci mettevano un attimo a farti i dispettucci magari non facendoti trovare la carta per la fotocopiatrice quando hai due minuti per stampare qualcosa di importante! Mentre si allontanava, Marta riprese con una tirata che Simone non volle seguire, ma doveva avere a che fare con un qualche tragico aneddoto di famiglia.

Il chiacchiericcio piano piano guadagnò l’intero ufficio. Montava inesorabilmente, dietro le scrivanie, durante le riunioni, davanti alla macchinetta del caffè. Dopo la pausa pranzo non si parlava d’altro. Sembrava fossero stati tutti contagiati dall’isteria. Alle quattro la situazione era diventata insopportabile. Gli scoppiava la testa e gli cresceva un fastidio pruriginoso. In un simile stato non combinava niente. Avrebbe finito a casa con una musica rilassante di sottofondo. Buttò un occhio nell’ufficio del suo capo per avvisarla. Elisa non c’era. Probabilmente anche lei si era rifugiata in un posto più tranquillo. Oppure si era presa l’influenza. Sorrise smaliziato all’idea del finimondo che si sarebbe scatenato in ufficio.

Fuori si buttò sul trentatré. Un colpo di fortuna, era completamente vuoto. Incominciò a frullargli in testa quella cosa dell’anno bisesto. Pur considerandola una bazzecola, decise di controllare. In cuor suo sperava di sbugiardare le quattro messaggere di sventure, se c’era una cosa che lo infastidiva più ancora della superstizione era il pressapochismo. Afferrò il cellulare… Il tram fece una brusca frenata. Gli scivolò di mano andandosi a schiantare sotto il sedile. Si mise a rovistare e lo trovo. Il vetro era rotto, e non si vedeva niente. Completamente fuori uso.

Non appena mise piede a casa, inciampò in ciò che rimaneva del cuscino del divano. Puck lo aveva preso di mira e lacerato. E non era l’unico disastro: in sala, punteggiata da frammenti di imbottitura del divano umida, le piante erano a terra, due sedie divelte e un vaso di vetro rotto. Mise il guinzaglio al cane, rimproverandolo quel tanto che in cuor suo riusciva, e lo portò fuori sperando si stancasse abbastanza per placarsi. Passò tuta la sera a risistemare e a recuperabile ciò che poteva.

Al risveglio l’indomani aveva ancora addosso il mal di testa del giorno precedente. E la fronte gli scottava. Controllò l’orologio: le dieci e trenta. Aveva dormito per quasi dodici ore. Poteva andare peggio… aveva un valido motivo per non dover andare al lavoro. Quando accese il PC e scaricò la consueta caterva di email, lo colpì un messaggio di Elisa. Lo aprì. Non poteva credere ai propri occhi: un’asciutta lettera di richiamo, licenziamento per assenza ingiustificata, irreperibilità…bla bla bla… com’era possibile? Per un’assenza di qualche ora! Stava per rispondere piccato quando ricordò che anni addietro per una visita fiscale inavvertitamente saltata si era beccato la prima lettera di richiamo. Maledizione! Chiuse rabbioso il PC, si buttò addosso una felpa malconcia e si precipitò in ufficio.

Elisa non c’era e sembrava irrintracciabile. Chiese in giro, nessuno sapeva che fine avesse fatto. Anche all’Amministrazione il deserto. E la scrivania dove aveva lavorato instancabilmente per tutti quegli anni era già sgombra con le sue cose in uno scatolone buttato sul pavimento. Il gruppo delle Erinni era nella medesima posizione del giorno precedente nuovamente intento a confabulare, sempre che avesse mai smesso! Più piano però. Parlavano di lui.

Povero, però un po’ se l’è cercata… che intendi? dai non essere crudele… ma sì, sempre con quella sicumera… insomma vi ricordate come ci guardava dall’alto in basso ieri, come se fossimo delle mentecatte, eppure l’avevamo avvertito di stare allerta in un anno bisesto… lui sarà pure laureato ma il detto del bisesto lo ripeteva spesso mia nonna e mia nonna non parlava mai di sproposito era la persona più lucida e più saggia che ho mai conosciuto! Vox populi, vox Dei! avvertì distintamente chiosare Diana. Che c’entra? Beh, si non so se vuol dire quello che intendo, ma comunque io ci credo ai proverbi. Se esistono da tanto tempo devono avere un fondo di verità. Nel dubbio meglio non fidarsi. Io in effetti sotto una scala non ci passerei…

***

Un grazie di cuore all’amica artista Anna La Stella, che mi ha gentilmente offerto l’immagine che illustra il racconto. I lavori di Anna sono visibili qui

Il titolo dell’opera è: Fantasmi a Prenzlauer Berg (Berlino 2009)

2 thoughts on “[Un venticello piano piano…] – racconto breve”

    1. Sono contento ti sia piaciuto. Descrizione molto poetica e molto tua.
      Grazie per esserti iscritta al blog. Sarà un modo originale e artistico di rimanere in qualche modo in contatto.
      Spero di vederti presto.
      Un abbraccio
      Enrico

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