«Ripensavo a ieri sera – esordì Aurelio appena mise piede in cucina per la colazione – al comportamento di Gianni, quel suo voler a tutti i costi avere ragione, nonostante la pensassimo tutti in modo contrario. È un atteggiamento… Marta?»

«Che c’è?» la moglie gli lanciò un’occhiataccia. Mezza di rimprovero e l’altra mezza di apprensione. «Ti sei fatto tutto rosso in viso, non voglio che ti affanni. Perché rimuginare sull’episodio…»

«Non farmi la paternale pure tu, mi sembri quel satrapo di Gianni.»

«Satrapo addirittura, solo perché cercava di sostenere le proprie ragioni!»

«Li riconosco quei tipi di persone, vogliono sempre avere ragione e se non gliela riconosci al primo colpo ti danno del retrogrado o dello stupido…

Comunque non è questo il punto. Piuttosto, ti volevo chiedere, di grazia, come si dice…» Si incantò.

«Come si dice cosa?»

«Se lo sapessi non te lo chiederei, si vede che non mi ascolti.»

«Ti ascolto, ma tu straparli come faccio a starti dietro.»

«Che rabbia, ce l’ho sulla punta della lingua: come si dice quando una persona sostiene delle cose che non stanno né in cielo né in terra…»

«Irrazionale.»

«No, non è questa la parola… ciò che intendo non ha a che fare con la logica, ma piuttosto con il buon senso. Maledizione… sembra farlo apposta, più ci penso più mi sfugge.»

Aurelio iniziò a picchiettarsi la testa con le dita.

«Non fartene un cruccio. Lo ricorderai. Ora lasciami lavorare che altrimenti resto indietro con le faccende.»

«Vado giù al bar… – sbuffò l’uomo – magari lì qualcuno mi dà retta.»

«Tornando non dimenticarti di prendere il pane!» lo raggiunse la voce della moglie qualche istante prima che la sorte lo portasse a una distanza sufficiente per scampare l’incombenza.

Fuori vide Rossella che stendeva i panni. Il cielo era plumbeo e su dalla valle salivano nuovoloni. Si preparava un temporale. «Sta per piovere!» le urlò. Di tutta risposta lo salutò – Ciao Aurelio! – e riprese a stendere. Come se nulla fosse. Peggio per lei!

Al bar inciampò nel consueto capannello sparuto di paesani. Giocavano a carte già di prima mattina. Per la sala rimbombavano improperi di ogni sorta. Si sedette. Soprappensiero.

«Come va?» gli indirizzò distratto Roberto.

«Non molto bene. Oggi ho la testa un po’ tra le nuvole.»

«Capita…»

«Sei vecchio», gli fece eco senza alzare la testa dalle carte

Luigino, il più giovane del paese non avendo ancora festeggiato i settanta. Risero tutti.

«In realtà – riprese seriamente – è da ieri che non mi viene in mente una parola…»

«Che parola?» chiesero da qualche parte distrattamente. Tra loro qualunque argomento veniva trattato con indifferenza. Tranne le questioni di carte, si intende.

«Fa riferimento a cose che si fanno o si dicono anche se non si dovrebbero, che vanno contro il giudizio comune…»

«Le stronzate!» sbraitò il lercio.

Poveretto! Come rimproverarlo con un nomignolo così, che per di più gli si addiceva talmente bene che nessuno in paese neppure ricordava più quello di battesimo?

«Potrei chiedere al professore… lui sa più cose di voi quattro rimbambiti messi insieme. Ha sempre la parola giusta per ogni cosa.» Il professore, in realtà aveva fatto il maestro elementare quando in paese c’era ancora la scuola e si riusciva a riempire almeno una classe l’anno. Prima che chiudessero il market, che il treno smettesse di passare e caricare frutta dai dintorni, che costruissero la strada nuova a quattro corsie che li aveva tagliati fuori da tutto…

Si fece silenzio, i quattro lo guardavano straniti. Avevano smesso di giocare.

Fu Roberto a rompere il silenzio.

«Non hai saputo? ne parla tutto il paese.»

«Saputo cosa?»

«Del professore intendo… È morto.»

«E poi i rimbambiti saremmo noi» brontolò Luigino.

«Mor-to?»

«Stamattina presto… è andato a fare il bagno al fiume. Un colpo, una polmonite o un infarto, chi può dirlo!»

«Al fiume a fare il bagno! In gennaio?»

Nessuno sembrava sorpreso. Ignorarono la sua osservazione, liquidandola con un’alzata di spalle. All’unisono.

«Potresti chiedere al Mauri», riprese Roberto come se nulla fosse, come se prima avessero parlato del tempo, commentato i titoli del telegiornale…

«Il Mauri?»

«Proprio lui. È avvocato.»

Ci mancava solo un azzeccagarbugli. Quelli non risolvevano mai nulla, ti danno solo l’impressione di districare le questioni, in realtà le ingarbugliano di più.

«E se fosse una malattia?», se ne uscì Giorgio che per tutto il tempo era rimasto in silenzio. «Alla nostra età, la demenza senile… o la dislessia, non si dice così?»

«Se è una malattia non ricordarsi una parola, allora siete malati anche voi.»

Aurelio si alzò dalla sedia rumorosamente. Si sentiva sconsolato e triste. E non riusciva a smettere di pensare al professore: non c’era più e se ne era andato per un motivo così stupido.

Fuori dal bar davanti a suo occhi sfreccio un’auto. Per un attimo non ci rimetteva le penne. Gli sembrò Gennaro del tabaccaio. Andava a tutta velocità. In retromarcia.

«Ma cosa diavolo succede?»

«Che c’è?» chiese una voce alle sue spalle. «Aureliano, mi hanno detto che non si sente bene!»

Si voltò: «Dottor Ratti… in verità mi sembra di essere l’unico in salute di tutto il paese.»

«Perché dice così?»

Solo in quell’istante Aurelio notò che l’irreprensibile dottore teneva un maiale al guinzaglio. «No, anche lei! Cosa ci fa con un suino… da passeggio?»

«Non si stupisca, se in città portano a spasso i cani ho pensato che in campagna fosse meglio un suino, non trova?»

«Ma mi dica che cosa si sente, insisto…»

«Vede, dottore è che da stamattina non ricordo una parola.» Spiegò tutto con pazienza e crescente rassegnazione.

«Mi faccia pensare… niente… vede!», sembrava entusiasta quasi avesse scampato un pericolo. «Non deve preoccuparsi non viene in mente neppure a me. Su con la vita, non si rattristi, che cos’è mai una parola, una singola parola!»

Aurelio non si sentiva affatto rassicurato. Attraversò la strada in direzione del panettiere. Doveva dare un qualche senso all’uscita di casa, sentiva di aver girato a vuoto. Mossi pochi passi qualcosa lo centrò alla testa. Cadde a terra perdendo i sensi.

Si risvegliò a casa. Gli doleva dietro alla nuca. Marta era al suo fianco. Gli toccò dolcemente la fronte: «sei stato colpito da un sasso.»

«Chi è  stato?»

«Non saprei. Un incidente, una fatalità!»

«Una fatalità dici! I sassi non volano da soli…»

«Chi può dirlo… in ogni caso, riposa ancora un po’.»

Aurelio si alzò a fatica, ancora gli girava la testa, ma doveva fare qualcosa, era necessario mettere fine all’impazzimento generale. Che era iniziato proprio quella mattina insieme alla sua improvvisa amnesia, e alla morte del professore.Il pensiero lo raggelò. Seduto alla scrivania prese a scrivere. Due lettere. Una per l’Accademia della Crusca, l’altra per il Ministero dell’Istruzione.

Egregi Signori vi scrivo per un fatto che, converrete, ha dell’incredibile. Ma credetemi è tutto vero. Io e la comunità di persone in cui vivo ci siamo dimenticati una parola. È scomparsa senza ragione, cancellata dalla nostra memoria. E da allora sembra  che ciò a cui tale termine si riferisce sfugga al nostro controllo…

Si arrestò. Rabbiosamente cancellò l’ultima frase. Non lo avrebbero preso seriamente, scambiandolo per un mezzo pazzo! Pure lui. Doveva piuttosto concentrarsi nel cercare di spiegare il senso della parola mancante. Una risposta qualunque, se mai fosse arrivata, non sarebbe servita. Era vitale che gli restituissero esattamente il termine perduto.

Consumò tutta la notte nell’impresa. Poi di prima mattina sigillò le buste. Evitò Marta che si aggirava per casa svestita canticchiano un motivetto infantile. Non fece caso alla lavatrice che centrifugava, il microonde acceso, la padella che friggeva una dozzina di uova e l’aspirapolvere che ruggiva abbandonata in mezzo alla sala. Sgattaiolò in direzione della piazza dove resisteva l’ultima buca della posta. Del paese, forse addirittura dell’intera provincia.

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Se vuoi leggere la prima parte di questo racconto, la trovi qui

Non preoccuparti se hai già letto questa pagina. Questo racconto ha una struttura palindroma, puoi leggere le due parti di cui si compone nell’ordine che preferisci.

Se ciò che hai letto ti è piaciuto dai un’occhiata al mio libro.

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